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E se conoscessimo già il finale?

27 Dicembre 2020 by Silvia T. 3 commenti

Una domanda che mi sono posta molto spesso a livello personale e come scrittrice é: se conoscessimo già il finale, cambierebbe il percorso?

Se sapessimo che un amore finirà, che litigheremo con il nostro migliore amico e non lo rivedremo mai più o se sapessimo come moriremo e quando, faremmo le cose in modo diverso? O avremmo fatto le cose in modo diverso?

Quando penso a me come scrittrice e come narratore onnisciente, so che i miei personaggi devono compiere un viaggio per arrivare in un punto, anche se so che forse la destinazione non é bella. Ma è il loro percorso e devono farlo, nonostante tutto.

Nella vita é tutto più complicato ovviamente. Non sappiamo cosa accadrà domani ma voglio creare un piccolo artificio letterario: e se lo sapeste? Se aveste la possibilità di conoscere il finale, cosa cambiereste? E, soprattutto, cambiereste qualcosa di ciò che avete fatto? Sarebbe tutto nelle vostre mani, niente più misterioso futuro, niente soprese.

Vorrei che ci rifletteste un attimo e poi magari se voleste condividerlo con me e con gli altri lettori del blog, sarebbe una cosa interessante.

Rifareste tutto quello che avete fatto? E, ovviamente, quale narratore, non posso esimermi dal rispondere (spoilerando anche un po’ il tema del mio prossimo libro o, almeno, la direzione che sembra stia prendendo).

Penso che uno dei miei più grandi successi personali sia poter rispondere sì a questa domanda. Rifarei tutto; ogni viaggio, ogni cazzata, ogni sbronza, ogni lavoro, ogni amore, ogni figuraccia…Tutto.

Potrei dirvi che é perché tutto quello che ho fatto mi ha reso la persona che sono oggi ma non é per questo. Non é che abbia capito tutte queste cose della vita. Rifarei tutto perché la vita é un tentativo. Più di uno sei fortunato e ti vengono concesse delle seconde o terze chance. Io sono una che agisce di pancia alla fine, se sento qualcosa la devo fare. E così ho fatto. Tanti splendidi tentativi.

Gli esseri umani non sono onniscienti come gli scrittori, cadono (e ve l’avranno fatta cinquanta milioni di volte questa metafora!) e si rialzano, in qualche modo, feriti e barcollanti. Quello che nessuno vi dice mai é che cadendo, spesso, ci si fa un male assurdo. Un male che ti spezza dentro.

E allora pensateci un attimo: se sapeste già che ci sarà quel male, agireste diversamente? Se la risposta é sì, non aspettate ancora. Agite diversamente in questo nuovo anno, perché nessuno vi racconterà il futuro. No, neanche Paolo Fox!

Quindi vi restano solo i tentativi. Tentate. Ogni giorno.

Buon anno nuovo a tutti!

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Libertà di parola

1 Dicembre 2020 by Silvia T. Nessun commento

Oggi sia Facebook che Instagram hanno rifiutato di sponsorizzare il mio post “Il processo” perché ho criticato le affermazioni di Feltri sulla stupro di una diciottenne da parte del fondatore di Subito.it.

Mi ritengo non solo offesa ma discriminata perché lui ha potuto esprimere le sue stupide opinioni al mondo mentre a me non è concesso di farlo dal mio blog e dalle mie pagine social.

Questo è lo stato senza libertà di parola (per quelli che come me non sono nessuno!) che abbiamo costruito. Complimenti a noi!

La libertà di parola è morta. Che riposi in pace.

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Il processo

28 Novembre 2020 by Silvia T. Nessun commento

Non ero neanche una ragazzina quando la mia classe venne invitata a visitare il comune e a incontrare il sindaco in carica ai tempi. In quei giorni, accadde il primo e unico stupro (denunciato) del nostro comune di cui io abbia memoria. Era una signora sulla cinquantina e il fatto avvenne nella via parallela a quella in cui vivo attualmente, una sera molto tardi.

Ci sedemmo tutti intorno al grande tavolo, dove i “potenti” della nostra città prendevano le decisioni che contavano. E il sindaco ci parlò di come la comunità stesse vivendo questo terribile crimine. E mi ricordo chiaramente che disse “Ma adesso chiediamoci tutti, che cosa ci faceva una donna da sola per strada a quell’ora?”

Pensavo di non aver capito bene ma quando vidi tutti annuire intorno a me (da tanto sindaco, non potevamo aspettarci una giunta pensante), capii due cose: che dalla politica italiana non mi sarei mai potuta aspettare un ragionamento con un minimo di decenza e che il mondo funziona al contrario. Ma come, lei è stata violentata e la colpa è la sua? A me venne spontaneo domandare: “ma chiediamoci tutti, è questa la domanda da porci?”

Da allora in poi, ho cominciato una personale battaglia contro questo comportamento, il processo alla vittima. Sì avete letto bene. Sembra assurdo, una contraddizione in termini. Ma, di fatto, è questo che facciamo. E ammetto il fallimento; nonostante io abbia cercato di divulgare questo concetto, vedo che non ha attecchito minimamente.

Proprio in concomitanza con la Giornata contro la violenza sulle donne, è arrivata l’ennesima prova della stupidità umana (Einstein, avevi decisamente ragione!). E io sono indignata, sconvolta e incazzata come donna ma prima di tutto come persona. Sì, perché le donne sono persone. E quando dicono no non vuol dire sì. Vuol dire no. Mi sento anche un po’ idiota a scrivere una banalità come questa ma tant’è…

E mi riferisco allo stupro e alla tortura subiti da una diciottenne da parte del fondatore di Facile.it , che non merita l’appellativo di persona. Ma non vorrei soffermarmi solo all’intervento di Feltri in merito alla questione, anche perché ormai il livello intellettivo di Feltri è paragonabile a quello di Angela da Mondello. Vorrei parlare delle persone comuni che si sono scagliate contro la vittima. Perché si sta facendo ancora il processo alla vittima.

Ho letto dei commenti che mi hanno fatto venire voglia di chiudere l’Internet, tutto. Cosa ci faceva li’? Perché era alla festa di un imprenditore? Perché è entrata nella stanza? Una signora chiedeva addirittura ai genitori della ragazza come l’avevano educata per farla diventare una che andava a quelle feste. Un brivido di terrore mi ha attraversato la schiena, quando ho pensato che questa donna potrebbe avere un figlio maschio che sta allevando con queste idee.

Scusate, ancora una volta, sono le domande giuste da porsi? Quindi la logica di questo ragionamento è che le donne devono stare a casa per evitare di essere stuprate?

State protestando per la mancanza di libertà causata della restrizioni anti Covid mentre a una donna si dice dove andare, con chi andare, a che ora e come deve vestirsi. E qui non ci vedete la sottrazione della libertà personale?

Quindi ricapitolando: NO vuol dire NO, la vittima non è il colpevole, nessun atteggiamento, vestito o geolocalizzazione a una certa ora è causa di uno stupro. E basta. Basta. Basta.

N. B. Tutte le maiuscole e le minuscole in questo post sono volute

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Sono un cliché

23 Ottobre 2020 by Silvia T. Nessun commento

Ho passato tutta la vita a cercare di non diventarlo eppure eccomi qui ad ammetterlo: sono un cliché.

Sono una donna adulta di trentotto anni. Non sono sposata, non ho figli e e vivo da sola. Quella che i più (i meno svegli di solito) definiscono una “zitella”. Sono una donna adulta che ha un lavoro che non è una passione e una passione che non è un lavoro. Ho avuto grandi sogni che sono andati via via rimpicciolendosi…

Sono alla ricerca dell’amore? Direi proprio no. Come tutti i cliché, vivo nella paura di soffrire e quindi evito quello che potrebbe provocare dolore. E l’amore mi ha fatto soffrire, troppo. Mica sarò così cretina da rinfilarmici?

Una volta il cliché alla mia età era essere sposata con figli e mutuo ma i tempi cambiano e così anche i cliché e ora il testimone è passato alle donne come me: single (sempre le zitelle di cui sopra), che non bruciano i reggiseni ma che sono coscienti dei loro diritti, sporadicamente bevitrici, che vivono e si mantengono da sole. Vaghiamo tra confusione e silenzio, alla ricerca di qualcosa che ci scuota dal torpore della quotidianità.

Forti, audaci, indipendenti ma comunque un cliché. Non dobbiamo avere bisogno di nessuno, è nello statuto del nuveau cliché, dobbiamo cercare noi stesse ma non dobbiamo trovarci in luoghi troppo assurdi. Dobbiamo essere il nostro corso/libro/lifecoach di autoaiuto.

E da “io” sono già passata a un “noi” generico. Tornerò all’ io narrante e infatti, io mi porto il peso di un altro immenso cliché: la scrittrice fallita. Colei che vive nella bruciante sensazione di aver un talento che non può, non sa e forse non deve neanche utilizzare.

Ma non deve essere tutto negativo, sapete. Ho scoperto che, in fondo, essere un cliché non è così terribile come pensavo. Perché di grazia?

  • Se hai sempre pensato con la tua testa, hai preso le tue decisioni e pagato i tuoi conti, è così importante il risultato finale?
  • Rischiare non ti salva dal diventare un cliché ma ti salva dall’impazzire; come si può vivere nella costante certezza di non aver mai provato a fare niente?
  • Un cliché che sa di esserlo assume un grande potere.

E allora perché ce la stai menando con questo articolo? Me lo sono chiesta anch’io, che credete? Sono un cliché dotato di intelligenza e spirito critico. La risposta è: io ho sempre voluto essere un outsider.

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La morale

5 Ottobre 2020 by Silvia T. Nessun commento

Non mi piace come parola. Non so mai come rispondere quando mi chiedono: “qual è la morale del tuo libro?” Non penso che ci sia nel mio libro. O meglio, se deve esserci una morale è che non c’è, che le persone sono diverse, le esperienze posso essere simili ma mai del tutto uguali e che a volte non abbiamo tutti gli elementi per valutare una situazione anche se pensiamo sia così.

Forse non mi piace il termine “morale” perché implica un giudizio e non mi è mai piaciuto giudicare le persone e… anche i personaggi. Nella mia vita così come nella mia scrittura, ho imparato molto di più cercando di capire che giudicando.

Eppure tutti vogliono sapere se in quello che scrivi che c’è una morale. E’ come se volessero farti dire dove devono cercare, se quello che hanno capito è vero o falso.

La persone si sottovalutano quando leggono (strano perché su tutto il resto spesso si sopravvalutano) perché, spesso, sono io che chiedo a loro in che cosa si riconoscono nel mio libro e le risposte sono sorprendenti. In senso positivo ovviamente.

Questo è un po’ il segreto di ogni bravo scrittore, parlare di te ma non parlare di te, parlare di sé stesso ma non parlare di sé stesso.

Ho sempre pensato a me stessa come qualcuno che racconta delle storie non come una che impartisce delle lezioni di vita. Chi sono io per fare la morale a voi?

Ci sono però tanti esempi in letteratura di persone che scrivevano “manuali di vita” più che storie ed è comprensibile. Una volta gli scrittori erano anche intellettuali, baluardi di cultura e di politica, che potevano permettersi un po’ di ostentata saccenza.

Non credo che gli scrittori attuali possano permettersi d’impartire lezioni sul mondo ma questa è una mia opinione.

Quello che mi piacerebbe però vedere nei lettori, a prescindere da come si pone le scrittore, è un po’ più di spirito critico. E per spirito critico non intendo prenderli a parolacce su un post di Facebook, intendo formulare delle riflessioni di senso su ciò che leggono che non deve essere necessariamente uguale ma neanche simile a quello che lo scrittore vuole trasmettervi.

Insomma, se mi seguite, ormai avrete capito che io sono una che va predicando il ragionamento con la propria testa, nella lettura, nella scrittura e nella vita.

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L’informazione è potere?

14 Settembre 2020 by Silvia T. Nessun commento

Qualche anno fa, avrei risposto sì, senza remore. Ora mi sembra opportuno fare una doverosa postilla alla mia risposta. Ed è questo articolo.

Da che mondo è mondo, l’informazione è sempre stata potere, perché ci permette di conoscere il mondo, di farci un’idea nostra sulle cose, di non farci manipolare da chi ne sa più di noi.

Oggi sento di provenire da un mondo diverso che si è trasformato mentre crescevo, in peggio. Nel mondo da cui vengo io i giornalisti avevano un’etica facile da comprendere: “raccontare la verità”.

Certo, la faziosità c’è sempre stata ma la deriva attuale mi giunge come un fallimento inaspettato della comunicazione.

Oggi viviamo in un mondo dove tutti hanno accesso all’informazione e dove la comunicazione è diventata un lavoro. Questo però non l’ha salvata dal diventare “falsa”.

E tanti saluti all’etica della verità… Oggi il giornalismo è diventato uno squallido teatrino sui social media, dove stagisti sottopagati e “sgrammaticati” rincorrono notizie diffuse al solo fine di plagiare l’opinione pubblica.

E l’opinione pubblica? Si fa plagiare senza opporre nessuna resistenza, anzi, ben felice di poter ricondivideere e diffondere notizie di cui non c’è prova e non c’è logica. L’opinione personale si sottomette alla politica di “più like hai, meglio sei” e perde ogni valore di fronte alla possibilità di entrare in una maggioranza organizzata e compatta di ignoranza.

Ora la domanda successiva è questa: è meglio non essere informati o essere mal informati? Non saprei proprio dirvi, so che non dovremmo essere costretti a scegliere tra queste due opzioni.

Devo ammettere però che, dopo aver visto qualche intervista a gente comune (non inteso in senso dispregiativo ma come le persone che pupi incontrare per strada o sul pianerottolo la mattina), ho pensato seriamente che sarebbe stato meglio dargli un’informazione, una qualsiasi, che almeno permettesse loro di vivere collocati in questo mondo e di non rispondere con tanta ignoranza a delle domande banali.

Da parte mia, voglio ricordarvi quello che ripeto da sempre: fatevi un’opinione vostra sulle cose, PENSATE CON LA VOSTRA TESTA.

E a voi scrittori voglio dire: scrivete per chi non ha voce perché alcuni ne hanno troppa e non per questo è giusta. Ancora una volta, fidatevi!

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La scrittrice

7 Agosto 2020 by Silvia T. Nessun commento

No, non è il titolo di un romanzo. O forse sì, un thriller norvegese dove l’assassina uccide con un penna stilografica… tra le vittime poveri stolti che scrivono “qual è” con l’apostrofo. Andava fatto!

Comunque, a parte gli scherzi, scrittrice è un parolone e non è una qualifica facile da conquistarsi. “Quando sarò una scrittrice” ripetevo sempre “andrò in Comune a rifarmi la carta d’identità e lo farò scrivere a carattere cubitali, professione SCRITTRICE”. Ripenso con tanta tenerezza a quella me. Ovviamente non sarei andata in giro con la carta d’identità aperta in mano ma… probabilmente l’avrei tirata fuori con molta nonchalance, di tanto in tanto, adducendo qualche motivo assurdamente convincente.

E poi è successo, come quando dai il primo bacio o dici per la prima volta “ti amo”; rimani lì ferma con una grande idea di come avrebbe dovuto essere quella scena ma è già successo, non hai avuto tempo di pensare o di assumere Spielberg per fare la regia.

Eppure ci avevi messo tanto impegno per non perderti il momento. Quando sono diventata una scrittrice? Anzi, allarghiamo la domanda, quando si diventa scrittori?

Mentre scrivi? Quando ti pubblicano? Quando sei sullo scaffale della libreria? O quando ti leggono? (Ho volutamente omesso “quando ti pagano” perché è il momento in cui ci sente meno scrittori che mai… a meno che tu non venda come la Rowling ovviamente!)

La verità è una: la scrittura non è un mestiere che ha bisogno di essere legittimato su una carta d’identità o su un curriculum. Lo scrittore è, non fa.

Quindi, di fatto, quando vi sentite scrittori (ma siate onesti con voi stessi!), siete scrittori.

Devo ammettere che mi fa piacere (molto piacere!) quando gli altri mi danno della scrittrice . Me lo merito, me lo sono guadagnato, ho lavorato tanto e ci ha creduto anche quando ci credevo solo io.

Ora mi piacerebbe che ve lo chiedeste anche voi: vi sentite scrittori?

Vi lascio con quest’ultimo interrogativo (come se non ne aveste già abbastanza!) e vi auguro delle buone vacanze, qualsiasi cosa voglia dire per voi. Spero che scriviate e tanto.

Una mia cara amica dice che l’anno vero è quello scolastico, finisce con la fine dell’estate e riprende a settembre. Così, in quest’anno senza scuola, vi auguro un settembre tutto da scoprire e da riscoprire.

Personalmente ho avuto un anno impegnativo ma soddisfacente (penso comunque che essere scampati a una pandemia dovrebbe fare curriculum!). Spero in un’ estate prolifica per la mia scrittura e rilassante per il mio stanco cervello. “C’è ancora molta strada da fare prima di dormire” scriveva Frost e lo penso anch’io.

Divertitevi però, perché credetemi, anche gli scrittori si divertono ogni tanto!

Firmato

La scrittrice

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La generazione Y

4 Luglio 2020 by Silvia T. Nessun commento

“Con i termini generazione Y, millennial generation, generation next (generazione successiva) o net generation (generazione della rete) si indica la generazione che, nel mondo occidentale o primo mondo, ha seguito la generazione X e alla quale succede la generazione Z: coloro che ne fanno parte – detti millennial(s) o echo boomer(s) – sono i nati fra i primi anni ottanta e la metà degli anni novanta.[1][2]; è dunque la generazione “del millennio“, ovvero coloro nati alla fine del XX secolo.” Wikipedia

Solo io la trovo una definizione complessa?

Non avevo mai pensato di essere una “millenial”, io mi ricordo che ero la generazione in cui non si dava un nome alle generazioni.

E Y poi? Che lettera è? Quando giocavamo a “nomi, cose, città”, quando qualcuno beccava la Y si annullava e si pescava di nuovo.

Ecco che generazione siamo. Quella che si passa per arrivare a un’altra. Cioè, siamo nell’alfabeto ma parlandoci chiaramente: una cosa che comincia per Y? Siamo stati lasciati sul foglio senza che nessuno ci abbia fatto giocare.

Le premesse erano fantastiche, eravamo bambini nel boom economico, quando il buco nell’ozono era ancora un piccolo pertugio, quando non si moriva perché mangiavi il glutine e siamo cresciuti senza Internet e cellulari.

Meglio? Peggio? Non è questo il punto.

Lasciate che vi racconti qualcosa della generazione Y, la mia generazione.

Non ho paura a dire che, ormai, noi Y siamo arrivati alla soglia della quarantina ed è più facile vedere ora quello che è stato.

Che ci sia andata bene o male, possiamo affermare che siamo stati la generazione più danneggiata dalla società italiana. I problemi delle generazioni seguenti viene dal danno fatto a noi.

Allora, io ho provato, nel mio lungo percorso, ad affittare e a comprare una casa e volevano un rene in cauzione (organo vitale che se ne sarebbe andato). E, in questa società che demanda tutta la pressione sulla famiglia di origine, senza un padre danaroso o un marito, non puoi essere indipendente fino in fondo. Da donna, è così che mi sento e che mi sono sempre sentita.

Con noi sono nati, precarietà, stagismo professionale (termine con cui indico chi, a causa della contingenza, è diventato uno stagista di professione. Uno dei grandi errori è stato permettere la nascita di questa figura in Italia. Non eravamo in grado, bisognerebbe solo abolirla ormai, non c’è possibilità di sistemarla), amore liquido (e qui prendo il nome dalla sociologia per indicare relazioni amorose “di merda”. Scusate il francesismo ma non mi viene in mente altro) e abbiamo aperto la strada ai famosi “bamboccioni” (quando ho sentito per la prima volta questa definizione mi è quasi esploso il fegato dalla rabbia ma, tranquilli, ora sta bene).

Cosa c’entra questo con la scrittura? Forse non l’ho detto abbastanza volte: tutto c’entra con la scrittura. Scrivere è parte di un vissuto.

E il nostro vissuto è quello di una generazione con grandi sogni, rassegnarsi al fatto che le cose debbano essere così non ci va proprio giù. D’altronde, come dico sempre, il giro sulla giostra è uno e non ce ne concederanno un altro. Siamo sognatori. Potete biasimarci?

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Politically correct

28 Giugno 2020 by Silvia T. 2 commenti

AVVERTENZA: SE STATE CERCANDO UN POST PIENO DI LUOGHI COMUNI E FRASI FATTE, SMETTETE DI LEGGERE.

Chi mi conosce sa che io non sono politically corret; non tutti i bambini sono belli, non tutti gli anziani sono brave persone e il finto buonismo mi fa paura, più della vera cattiveria.

E ora mi trovo immersa in una voglia disperata di sembrare quello che non riusciamo veramente a essere nelle vita di tutti i giorni.

Ho vissuto sempre nel rispetto delle persone senza preoccuparmi del colore, della religione, dell’orientamento sessuale… Le uniche persone che non rispetto sono quelle che, con i loro comportamenti, mi hanno dimostrato di non essere degne di questo rispetto.

Perché il loro modo di essere o le scelte che altri fanno dovrebbero essere un problema per me? Se non si ripercuotono sulla mia vita…

Comunque, il punto qui è che si stanno facendo delle considerazioni assurde anche sui mestieri artistici tra cui la scrittura, che mi sembrano far perdere il punto più che sottolinearlo.

Quando ho visto George Floyd per terra in quel video, mi sono quasi sentita male e ho pensato: “Come si può usare tanta violenza contro un uomo immobilizzato?” E mi sembra totalmente assurdo che in ogni serie in onda nella Stati Uniti ci sia obbligatoriamente un personaggio di colore mentre nella realtà la polizia si comporta così con i neri perché sono neri.

Di che cosa stiamo parlando? Non mandiamo in onda “Via col vento” perché Mami era trattata come una donna di colore senza diritti, esattamente come nella realtà di quel periodo? E poi? Toglieremo di mezzo libri, film e serie che parlano del razzismo o dell’Olocausto perché persone di colore ed ebrei vengono torturati e uccisi? E’ così che è andata, anche se non lo mostriamo, la Storia non si cambia.

La scrittura poi, in senso ampio (libri, film, serie), non può e non deve piegarsi a questa logica del politically correct. L’unica cosa che comanda quando scrivi è la storia, tutto deve ruotare intorno a quella e non all’indice di diversità.

Ora sembra che qualsiasi storia per essere reale debba avere un personaggio di colore (qualsiasi), un gay o una lesbica (bisessuale sarebbe meglio) o con un disturbo mentale.

Nel mio romanzo non c’era niente di questo, quindi i miei personaggi erano meno reali? Io non credo proprio. Ho cercato di descrivere sensazioni universali che non conoscono razza, religione, orientamento sessuale…

Nel momento in cui pensi che devi inserirci un gay solo perché è gay o una persona di colore per garantire la diversità, categorizzi e discrimini.

L’eccesso di correttezza porta al risultato opposto. Pensiamo, invece, a come i personaggi possano essere funzionali e coerenti con la nostra storia.

Recentemente mi ha sconvolto questa cosa. Come vi ho già detto, io sono un’appassionata di serie tv. E tra quelle che adoro c’è Friends. Ho letto che una delle autrici ha orgogliosamente affermato che se Friends fosse stato girato oggi, avrebbe inserito un personaggio di colore. Perché? La storia funziona e fa ridere e affronta le sue tematiche spinose, anche se i personaggi sono tutti bianchi.

Cominciamo davvero a trattare gli altri come persone, a integrare e non a dividere, a conoscere e non a giudicare. Queste sono le cose importanti.

Il resto, onestamente, mi sembra il dito che ci indica la luna e noi stiamo tutti lì a guardarlo.

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Il ricordo

7 Giugno 2020 by Silvia T. 2 commenti

Probabilmente l’avrete già sentito da qualche parte, soprattutto se scrivete da un po’ di tempo ma “l’atto di ricordare cambia il ricordo stesso“.

Ve ne sarete accorti; spesso raccontiamo lo stesso evento ma con dettagli diversi, a volte addirittura contrastanti. Questo perché la nostra memoria, soprattutto con il passare del tempo, tende a sfocare lo sfondo per concentrarsi sugli eventi principali. Quello che raccontiamo o che scriviamo è la nostra rielaborazione di un particolare ricordo.

Ciò che, invece, rimane stampato nella nostra mente è la sensazione che provavamo in quel determinato momento e questo influisce anche sulla selezione dei dettagli che la nostra memoria si porta dietro.

Per questo oggi voglio fare una cosa diversa, darvi un esercizio pratico, perché va bene la teoria ma, di fatto, uno scrittore deve scrivere.

Il modo in cui rielaboriamo ci rende unici ed è questo che vorrei che faceste: pensate a un momento della vostra infanzia che vi ha dato un’emozione (gioia, dolore, rabbia, solitudine, felicità…) e scriveteci un racconto. Concentratevi su ciò che provavate e non sugli eventi.

Questo è il racconto che ho scritto io quando mi è stata chiesta la stessa cosa ed è anche la prima cosa scritta da me che sia mai stata pubblicata (dalla rivista letteraria Paginauno). E’ liberamente tratto da un ricordo reale della mia infanzia.

NEL PAESE DEI BAMBINI

Sembravano essere lì da sempre e forse era proprio così; messi lì apposta come statuine di un presepe per dare anima a quell’insieme di palazzi.

Era ormai quella disomogenea combriccola di ragazzini a dare orari, suoni e colori all’intero del quartiere, come il motore che alimenta la macchina.

Cominciavano a comparire un po’ alla volta nel cortile già al mattino, ora che era estate, con i loro calzoncini corti e le canotte colorate; si ritiravano nella tana per pranzare o cenare e poi eccoli di nuovo lì, senza scopo né noia, a gironzolare tutto il pomeriggio o seduti a parlare sulle panchine fino a tarda sera.

In quell’afosa giornata di luglio si stavano tirando la palla nello spiazzo davanti alla portineria; l’asfalto era piegato dal calore intenso e i vestiti rimanevano appiccicati al corpo come attratti da una calamita.

Eppure, la piccola comitiva non sembrava risentire dell’infernale temperatura di mezzogiorno. In fondo si sa: nel paese dei bambini non è mai né troppo caldo né troppo freddo!

Valentina, la più alta e scaltra del gruppo, si lanciò per afferrare la palla lanciata malamente da Mattia.

“Ma che si fa, non si va a mangiare?” chiese Sicilia, soprannominato così per la provenienza geografica.

Si era trasferito a Milano solo da pochi mesi e da allora era stato ribattezzato da Laura con il nome della terra natia perché nessuno riusciva mai a ricordarsi quello vero; avevano ritenuto più facile presentarlo come “Lui è Sicilia, per gli amici Sici!”

Impossibile da dimenticare!

“Aspettiamo che ci chiamino!” rispose Laura.

Sici fece una smorfia di disappunto “Speriamo presto allora, mia madre oggi ha fatto la pasta con le sarde!”

“Che schifo!” sbottò Marta.

Marta era piuttosto bassina per la sua età e con qualche chilo di troppo, ma era molto agile e tra loro era l’unica che riuscisse a risalire lo scivolo al contrario, motivo di indiscusso vanto.

“Cosa sono le sarde?” chiese Mattia perplesso.

Sici scrollò le spalle. “Una cosa buona che si mette nella pasta…non lo so esattamente, mia madre dice cittu e mangia!”

Tutti presero per buona la definizione della sarda della madre di Sici.

Marta tirò la palla a Mattia con tutta la potenza di cui era capace ma lui, distratto da uno stormo di uccelli che si levava in quel momento, la fermò con la faccia.

Laura si avvicinò subito al fratello minore: “Oh Matti, ti sei fatto male?” chiese.

“Mmmm…” mugugnò Mattia tenendosi la guancia con una mano; Laura gliela scostò delicatamente e lo vide arrossarsi di colpo e gonfiarsi leggermente.

“No dai non è niente, è la botta, ora si sgonfia! Cavolo Matti, stai attento, adesso se mamma ti vede con quella faccia sai quanto mi rompe! Dai Sici ricominciamo da te!”

Sici riprese la palla e la lanciò in aria senza direzione; quella partì come attaccata ad un razzo e si andò ad appoggiare con un sonoro rimbalzo proprio sul tetto della portineria.

“Allora tu sei nato scemo Sici! Ora ci vai tu a bussare a Carmelo!” sentenziò Valentina.

“No dai Vale…quello mi fa paura!”

E, come evocato, sulla soglia apparve Carmelo, il portinaio, con la sua camicia bianca sudaticcia a coprire la grossa pancia, la testa calva al centro e i baffoni da narcotrafficante colombiano.

“Che avete combinato?” disse in un italiano sgrammaticato.

“Carmelo, ci è finita la palla sul tetto…non ce la puoi prendere?” chiese Laura.

Carmelo scosse la testa. “No è troppo alto, non ci arrivo!”

“Ma con la scala ci arrivi… se vuoi ci vado io!” ribatté Marta.

“No, non si può!” Carmelo si pronunciò ponendo fine alla discussione.

Aveva quello sguardo che evitava ogni tipo di obiezione.

Da tempo ormai tutti avevano capito come funzionava la giurisdizione condominiale: per qualche strana ragione tutto ciò che finiva all’interno del perimetro della portineria diventava automaticamente di proprietà di Carmelo.

In quale antica consuetudine affondasse le radici questa legge a tutt’oggi risulta un mistero!

“Bella Sici davvero! Altra palla persa per sempre!” si complimentò ironicamente Valentina.

“Beh però era un bel tiro…dieci punti almeno!”
“Peccato che non stavamo giocando a punti! E ora che si fa?”

“Campana?” propose non troppo convinta Marta.

“Ma l’abbiamo già fatta stamattina! Lupo mangia frutta?” ipotizzò Laura.

“No… ho già fame così!” borbottò Sici.

“Che palle! Mangiati uno di quei fiori della Madonna…sono zuccherini lo sai, almeno ti bloccano la fame per un po’!” intervenne Mattia.

“Dai facciamo un due tre stella allora? Andiamo sotto il mio portico!” tagliò corto Laura.

Appena arrivati videro una delle loro mamme con ancora le ciabatte addosso e l’aria agguerrita che usciva dal portone.

“Laura…Mattia…è mezz’ora che vi chiamo dal balcone! Dove eravate? E’ pronto da mangiare! Ma Matti” disse notando il volto del ragazzino arrossato “che ti è successo in faccia? Sei viola!”

“Niente mà, è solo un po’ rosso, gli è arrivata una palla in faccia mentre giocavamo!” rispose Laura per il fratello senza menzionare l’autrice del tiro maldestro.

“E tu dov’eri?” chiese la madre rivolta alla bambina.

Laura roteò gli occhi verso l’alto senza emettere fiato, da tempo sapeva che non c’era una risposta giusta a quel genere di domande.

Tentò di cambiare argomento: “Mamma, stamattina Gennaro ci ha buttato giù di nuovo le bistecche! Ci stava quasi beccando!”

“Quell’uomo è malato Laura…con quello che sta la carne al chilo…” disse tastando delicatamente la guancia del figlio.

“Ma mamma…”

“Sì sì” disse la madre dopo essersi accertata che il danno fosse solo superficiale “ magari se voi la smetteste di fare casino sotto la sua finestra la sera…comunque lo dirò a Carmelo…vediamo! Che fate salite a mangiare o no?”

“Io non ho fame” disse Laura.

“Io vengo dopo mà!” si associò Mattia.

“Va bene…” disse la madre riaprendo il portone e mentre andava via “e tu Matti…tieni la faccia lontana dalle palle!”

Il gruppetto sghignazzò.

La madre scosse la testa rendendosi conto in ritardo del doppio senso della sua frase e poi, rassegnata, si trascinò con le sue pantofole fino all’ascensore.

I ragazzi rimasero lì sotto e cominciarono a giocare.

Laura contava: “Uuunnnn….duuue…tre.. stella!”

E si voltò velocemente per percepire un movimento ma rimase colpita dall’espressione di Sici; sembrava stesse soffiando, strabuzzava gli occhi ed era tutto rosso.

“Sici sei fuori!” disse.

“Ma non mi stavo muovendo!” piagnucolò il bambino.

“Si ma con quella faccia da scemo non puoi giocare, mi distrai! Non vedo gli altri!”

“Uffa…lo sapevo che facevo meglio ad andare a mangiare!”

 Laura si girò di nuovo e ricominciò a contare…

“Uuuuuuno….du..”

All’improvviso si sentì il rumore di qualcosa che sbatteva con violenza contro il muro dove Laura era appoggiata a contare.

La bambina si voltò di colpo e cercò con gli occhi l’oggetto che aveva provocato l’urto.

Vide qualcosa per terra e si avvicinò; in un secondo anche tutti gli altri si ritrovarono intorno all’oggetto non identificato.

“Gennaro ci ha tirato qualcosa?” chiese Sici spaventato.

“Dall’ottavo piano dell’altro palazzo, non ci arriva qui!” rispose Valentina.

Laura guardò con attenzione: “E’ un uccellino!”

“E’ vivo?” chiese Marta.

Laura lo sfiorò appena con il mignolo e l’uccellino si rimise sulle zampe…fece due passi e tentò di volare ma cadde di nuovo.

“Credo che abbia un’ala spezzata!” affermò Laura.

“Poverino!” disse Mattia “ Laura fai qualcosa, aiutalo!”

Laura non aveva la minima idea di come fare ad aiutare la povera bestiola, stava per annunciarlo al gruppo quando incrociò lo sguardo del fratello che sembrava sul punto di piangere.

“Dai Matti” disse cercando di ragionare in fretta “vai nel garage…prendi una scatola da scarpe e svuotala.. e prendi anche uno dei quei panni che mamma tiene lì per pulire ma non uno sporco mi raccomando!”

Mattia fece sì con la testa e corse verso le scale del box contento di essere utile a quel “piano di salvataggio”.

“Laura ma come fai a prenderlo? Se si muove….” Il dubbio di Valentina era condiviso da tutti gli atri.

“Provo!” Laura pregò che il loro piccolo amico non si spaventasse e che non la beccasse per difendersi dal pericolo.

Si avvicinò piano e allungò la mano lentamente per non innervosire il pennuto, ma questi si lasciò completamente andare al tocco delicato delle dita della ragazzina.

Si adagiò sul palmo delle sue mani senza mostrare alcun segno di combattività.

Laura guardò i piccoli occhi dell’animale che giaceva come se dormisse e realizzò la verità; era probabile che l’unica cosa che potessero fare era allungare la sua agonia.

In quel momento giunse Mattia trafelato per la corsa con in mano quello che lei gli aveva chiesto.

“Ecco!” disse madido di sudore e soddisfatto.

Laura lo guardò e non ebbe il coraggio. “Vieni Matti…metti il panno nella scatola e poi avvicinamela!”

Quando il bambino ebbe fatto, Laura adagiò l’uccellino che si lasciò andare nel cartone con la stessa arrendevolezza con cui si era lasciato prendere la prima volta.

“Ora aspettiamo che si riprenda ok?!” disse Laura rivolta agli altri.

Tutti annuirono, solo Sici mugugnò: “Sì va bene… ma per quanto? La pasta con le sarde…”

Tutti lo guardarono male e lui abbassò la testa, deluso dalla mancanza di comprensione e di appetito dei suoi amici.

“Forse dovremmo dargli un nome!” disse Marta.

“Mazzinga!” propose deciso Sici.

Altro sguardo di disapprovazione. “Ma secondo te ha la faccia da Mazzinga?” lo incalzò Valentina.

Sici alzò le spalle, rassegnato.

“Io pensavo a Cipì…come l’uccellino della storia!” propose Laura.

“Siiiiii!” approvò Mattia ricordandosi di colpo di cosa parlasse la sorella.

Rimasero lì altre due ore seduti in cerchio a giocare a carte e a “nomi, cose, città” con la scatola al centro per controllare il povero uccello, che non dava segni di ripresa.

Poi si spostarono verso il centro del cortile dove c’erano lo scivolo e le altalene.

Laura pensò attentamente a dove potessero lasciare la scatola per tenerla d’occhio ma senza fissarla, voleva che Mattia si distraesse.

La mise tra due cespugli sopra l’erba di modo che stesse all’ombra e raggiunse gli altri che si erano fiondati sui giochi.

Passavano da un divertimento all’altro con quella frenesia che solo l’infanzia possiede.

Ad un tratto si sentì la madre di Sici che lo chiamava a gran voce e il bambino, così contento che finalmente la sua pasta con le sarde lo reclamasse, corse d’istinto verso il balcone per avere conferma che, finalmente, era arrivato il momento di riempire lo stomaco.

Nella foga della corsa non si accorse che la scatola giaceva ancora all’ombra dei cespugli in direzione del palazzo, così che l’impatto con il suo piede fu inevitabile.

Ora, il povero uccellino era riverso sull’erba immobile.

Sici si portò la mano alla bocca e guardò ciò che aveva combinato con un espressione incredula.

Tutti si avvicinarono alla bestiola e Laura provò a toccarlo delicatamente ma.. nessun segnale di vita.

“Ma…è morto?” chiese Marta.

“Credo proprio di sì” disse Laura guardando Mattia ma intendeva che non c’erano dubbi.

“Sici…lo hai ammazzato…sei proprio un deficiente!” sbottò Valentina.

“Ma io…io ….non volevo…non l’ho visto!” si difese il bambino con le lacrime agli occhi.

Laura continuava a guardare il fratello che fissava l’uccellino con aria perplessa.

“Ma…mica per sempre?” la domanda sembrava frutto di una profonda riflessione.

“Cosa per sempre?” chiese Laura.

“Non è mica morto per sempre vero?”

Laura sospirò cosciente della bugia che stava per dire: “No…magari un giorno…” rispose.

Mattia sembrava soddisfatto della risposta, quasi sollevato.

Laura disse: “Dai andatevi a prendere un gelato…io vi raggiungo! Tieni i soldi Matti!”

Tutti si mossero tranne Sici, che rimaneva impalato a fissare la scena: “Dai Sici…vai a mangiare  che la pasta si raffredda…non ti preoccupare…lo sappiamo che non l’hai fatto apposta!” lo rincuorò la ragazzina.

Ancora non sapeva che, probabilmente, la sua maldestra goffaggine aveva compiuto un involontario atto di misericordia verso un esserino sofferente.

Ora c’era solo Laura, lei era la più grande del gruppo, era sempre stata intelligente, era lei a decidere nel gruppo quando c’era incertezza, era lei a badare a tutti, oltre che a sé stessa.

Prese il piccolo pennuto ormai senza vita, lo portò all’albero che stava al di là del cortile dove c’era il vecchio cancello rotto, scavò una buca abbastanza profonda con le mani e ve lo depose dentro.

Poi cercò un sasso appuntito e incise sul tronco: “CIPI’  16-07-1990”.

Rimase un attimo a guardare quella tomba improvvisata; pensò che oggi faceva davvero caldo.

In fondo, si sa, nel paese dei bambini non fa mai né troppo caldo né troppo freddo e non esiste la morte.

FINE

Ora aspetto i vostri racconti.

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